Servizio Sociale, giustizia penale e di comunità.

L’esperienza di un laboratorio di probation in UNIPI.

Prof.ssa Cristina Galavotti – Presidente della FAST

È stata un’avventura di senso e di significato la condivisione di questo percorso laboratoriale di costruzione di prassi professionali e di identità professionale all’interno di un sistema, quello del probation, che è stato humus e punto di osservazione e nel quale si è potuto costruire riflessioni tra il sapere, l’essere professionista e il sapere come porsi di fronte a casi la cui matrice è la complessità… e non solo per l’aggressività che veicola tra carnefice e vittima.

Complessità del caso, complessità nella lettura del bisogno della vittima di essere riconosciuta con il suo dolore, del reo perché la sua aggressività spesso è espressione di un disagio, ma anche del sentire professionale davanti a ciò che può sconvolgere.  Perché l’aggressività e la violenza umana si interfaccia sempre alla fragilità della vittima, condizionando la relazione professionale.

L’esperienza condotta ha evidenziato come il processo circolate teoria-prassi-teoria, debba essere ancorato alla cornice etica, radicato nel codice deontologico, come matrice e sviluppo di significato.  L’identità professionale trova in questo significato valoriale le sue radici, e si sviluppa attraverso l’utilizzo di quei metodi, degli strumenti e delle tecniche che  sono peculiarità del Servizio Sociale.  È  stato possibile attraverso il laboratorio la loro sperimentazione con una riflessività che solo l’approccio operativo di Servizio Sociale poteva esprimere compiutamente.

Riflessività a partire della pratica professionale in un sistema, quello della giustizia di comunità e del probation,  che non viene affrontato nel percorso di studi ma che riveste l’interesse degli studenti per il suo approccio di criminologia sociale e quello della comunità professionale perché non più solo appannaggio del Servizio Sociale del Dipartimento Minori e Comunità del Ministero della Giustizia, ma patrimonio anche del servizio sociale territoriale. La collettività, nel nuovo approccio risarcitorio e restitutivo, è chiamata in ogni sua espressione a partecipare all’opera di cura di colpevoli e vittime, e al Servizio Sociale spetta il compito, attraverso un modello di community care partecipato e di rete, di accompagnare la collettività ad un percorso di giustizia sociale consapevole, condiviso.

Cosi l’esperienza del laboratorio, forma didattica altamente professionalizzante e quindi di grande rilevanza, ha permesso di ridurre la distanza tra teoria e prassi, partendo dall’analisi dei casi all’interno della cornice normativa che regola le misure alternative, le misure di probation e il lavoro negli IIPP. Attraverso l’analisi dei casi è stato possibile valutare i processi tecnici  di Servizio Sociale e analizzare  il modello unico con l’attenzione che solo un controllo tecnico può dare.

Il processo di indagine e valutazione che negli UEPE trova la sua natura,  è stato scandito nelle sue fasi e applicato al quotidiano professionale facendo emergere punti di forza e debolezza della relazione di aiuto in un sistema complesso, dove anche l’organizzazione gioca la sua parte. Il punto di forza è la specificità dell’area, la competenza nel lavoro di rete, la specializzazione nell’utilizzo degli strumenti tecnici e nel processo di interventi di qualità (gli strumenti, il tempo, il setting). La criticità maggiore è mersa invece nella diversità degli interventi dopo l’applicazione della Messa alla Prova per gli Adulti introdotta dalla L.67/14. Da un lato si interviene  operativamente con prassi e tecnica consolidata, come quella costruita negli anni con la Magistratura di Sorveglianza, per la gestione delle misure alternative, dall’altro quelle stesse prassi e tecniche appaiono inadeguate (e per questo  messe in  discussione) nel raccordo con la Magistratura Penale di Primo Grado nella gestione delle MAP, perchè l’autonomia di ogni Giudice impone anche prassi diverse di intervento per ogni singola situazione o contesto, perché sono sistemi, gli UEPE e la Magistratura Penale di Primo Grado,  che non hanno mai colloquiato, che hanno codici comunicativi e di significato diversi, le cui prassi tecnico amministrative, reciprocamente si sconosono.

Valore aggiunto è stato analizzare i casi e le prassi professionali  attraverso le lenti  che le teorie della devianza, richiamate per ogni singolo caso, hanno proposto nell’analisi dei fenomeni sociali che stanno caratterizzando i nostri tempi. Così, ad esempio, in una dinamica deduttiva e abduttiva allo stesso tempo, Sutherland (1947) e le sue teorie delle associazioni differenziali e dei white collar crime sono state applicate  a casi di MAP,  Walker (1994) e la teoria della “Battered Woman Syndrome (BWS)” è stata sfondo nell’analisi dell’aggressività affettiva nei casi di violenza domestica e femminicidio, Reckless  (1956) e la sua teoria dei contenitori è stato spunto per riflettere su come  la misura dell’affidamento  possa essere contenitore esterno educativo nel percorso riabilitativo, come la teoria degli stili di vita elaborata da Hindelang, Gottfredson, e Garofano (1978) sia strettamente collegata alla recidiva, come Athens (2013) e la sua teoria della costruzione sociale della violenza e il ruolo della vittima abbiano fornito un’importante spunto di osservazione dei fenomeni di vittimalità.

Nel compromesso tra sapere teorico e pratica, il laboratorio si pone come strumento che potenzia l’attività di tirocinio, la integra e la sviluppa, contribuendo a superare il limite che molti studenti avvertono e che dagli stessi è stato evidenziato in questa esperienza, tra la conoscenza acquisita nel percorso di studi e applicazione delle prassi professionali.

Si sono potuti approfondire gli strumenti tecnici del colloquio, della visita domiciliare, la gestione  documentazione e le registrazioni nel diario posto all’interno del fascicolo personale dell’utente. Particolare attenzione è stata data alla relazione di servizio sociale perchè strumento che deve avere alta qualità tecnica, perché il suo contenuto deve essere oggettivo, ed ogni suo elemento deve essere appropriatamente verificato : ciò che si scrive può cambiare la vita delle persone, ciò che si scrive deve rafforzare la verità giudiziaria contenuta nelle sentenze, deve proporre progettualità concreta volta alla rieducazione, alle rielaborazione dell’agito, alla comprensione dei gesti, ma anche essere finalizzato alla riduzione della recidiva. La valutazione professionale contenuta a fine delle relazioni deve poter attingere dalle teorie della devianza, fare ad esse riferimento, perché in un’ottica bifocale ciò che interviene sul singolo, sul reo, ha ripercussioni sul suo ambiente e quindi anche indirettamente sulla vittima e per questo, per evitare vittimizzazioni secondarie, deve essere sorretto da teoria e competenza professionale, il progetto individualizzato verificato e valutato in ogni sua singola parte con competenza professionale e in un’ottica trifocale, la mission organizzativa, seppur parziale perché reocentrica, impone la capacità di un cambiamento delle coscienze nel singolo e nella collettività, proponendo il senso della legalità nelle relazioni sociali.

Il Servizio Sociale è chiamato così a contrastare la criminalità con i suoi strumenti, ma soprattutto è chiamato a proteggere direttamente o indirettamente le vittime siano esse primarie o secondarie. Il contrasto alla vittimizzazione secondaria è l’altra faccia della medaglia, dovere professionale in un sistema reocentrico dove non è più sostenibile uno sguardo parziale. Per questo è necessaria un’identità professionale forte con statuto retto da competenze e specializzazioni appropriate al contesto, perché quell’humus sia foriero di contenuti valoriali.

“Umanizzare” la vittima e il reo attraverso la cornice etica e deontologica significa contrastare la deumanizzazione che il carnefice impone alla sua vittima, contrastarne la vittimalità, ma anche contrastare gli etichettamenti del carnefice, troppo facili in una relazionalità fragile come quella del nostro tempo. Così il Servizio Sociale deve porsi come strumento esso stesso di ricompattamento dello strappo sociale che il reato rappresenta, facilitatore e promotore di nuovi significati nella rete sociale.

Il laboratorio ha permesso anche di soffermarci sul saper essere “professionista di Servizio Sociale” in un sistema di intervento dalla “dolorosa complessità emotiva”. I “dolori professionali” passano dal meta relazionale che la relazione di aiuto con vittime e carnefici impone. È il senso dell’essere professionisti, imparando a conoscere le emozioni che alcune dinamiche aggressive  ci suscitano: riflettere su di esse, rielaborarle e mai negarle. Queste, come i giudizi e i pregiudizi che l’umana natura ci porta,  non devono essere infatti negate ma conosciute e controllate. Spesso  è necessario prendersi cura delle nostre emozioni, con quella giusta distanza professionale che consente di non farle entrare nella relazione di aiuto, ma di farle rimanere sullo sfondo a testimonianza della natura umana e dell’umanità del professionista.

Riflettere su di esse, rielaborarle, permette anche di dare senso all’ascolto attivo e all’empatia (nei panni dell’altro alla giusta distanza che la professionalità impone) per avere sguardo diverso, comprensivo e oggettivo allo stesso tempo sul divenire della relazione di aiuto. Le nostre cornici implicite devono essere conosciute come le cornici implicite dell’altro, devono essere percepite nella narrazione “dell’altro vittima o dell’altro carnefice”. L’evento critico, subito o agito, è lo spartiacque oggettivo, dove la comprensione professionale deve rendere concreta la progettazione dell’intervento socializzante o rieducativo.

Così in questo percorso fatto insieme è stato evidente come l’Assistente Sociale dell’immaginario collettivo sia in realtà lontana dal reale, e come in quella complessità non percepita si possa trovare ricchezza e significato, come la teoria, la prassi e l’essere professionisti renda possibile la determinazione  di un’identità professionale forte di senso e di significato.

 

 

 

 

Esperienze recenti

Ancora nessun articolo.