Bullismo: un intervento socio educativo.

Recentemente è capitato nel servizio dove lavoravo un’inchiesta sociofamiliare a “grappolo” ovvero l’apertura di più richieste di indagine familiare su atti di bullismo, compiuti da ragazzi nei confronti di un coetaneo.

Questa evento (peraltro non tanto isolato come può sembrare: poco prima e poco dopo si sono verificate richieste analoghe da parte della Procura) ha fatto nascere il bisogno di creare un intervento che fosse funzionale a quanto emerso.
Nelle indagini familiari non sono infatti venute fuori nelle famiglie criticità familiari rilevanti che necessitassero interventi.
Le famiglie, sia italiane che straniere, erano integrate, senza problematiche economiche e marcate difficoltà familiari.
I ragazzi erano adolescenti non particolarmente problematici.
Vi era presente una certa minimizzazione degli eventi (fra l’altro una dinamica nata alle elementari e che era andata cronicizzandosi), anche da parte dei genitori per alcune particolarità delle condizioni che avevano fatto nascere la dinamica e emergere la problematica all’attenzione del tribunale per i Minorenni.

Tuttavia il contesto datoci dal Tribunale creava un contesto abbastanza oggettivo.

I ragazzi erano tutti appartenenti ad un territorio, e per non gravare troppo un solo collega l’assegnazione era stata suddivisa su tre diversi assistenti sociali I tempi di svolgimento delle indagini non sono collimati ed uno dei ragazzi aveva visto concludersi l’indagine prima degli altri.
In mancanza di riscontri oggettivi e elementi di disagio rilevanti, di fronte a dei genitori ed un ragazzo collaborante il percorso era andato a chiudersi prima degli altri, per cui uno dei ragazzi è uscito dai percorsi che successivamente sono andati a costruirsi.

Due sono già le indicazioni metodologiche emergenti già da questa prima fase:
a) è bene mantenere nelle fasi di indagine socio-familiare (in caso di diversi professionisti coinvolti) un alto grado di coordinamento e di scambio di informazioni fra gli operatori. Questo sia per la circolarità delle informazioni ma anche per non andare a squalificare il messaggio che agli attori coinvolti;
b) in mancanza di strumenti creati ad hoc si rischia di creare interventi non incisivi (colloqui di monitoraggio e sostegno con cadenze rarefatte), sovradimensionati (interventi educativi domiciliare), se non di non intervento (andando a colludere con le minimizzazioni di genitori e ragazzi).

Conclusa la fase delle indagini rimaneva aperto il problema del tipo di intervento da proporre alle famiglie.
Avendo escluse le ipotesi delineate al punto b, è stato deciso di provare a creare un intervento ad hoc, un gruppo di lavoro rivolto loro per riflettere sull’accaduto.
Successivamente è stato deciso di dare a questo “luogo relazionale” una impostazione socio-educativa, con la compartecipazione di un assistente sociale e un educatore come preparatori e conduttori degli incontri.
Il servizio di psicologia ha invece offerto uno spazio di supporto ai conduttori con spazi di confronto prima della partenza, e a intervalli scadenzati ogni 3 incontri circa.

Il programma così delineato era rivolto a raggiungere un triplice obiettivo.

– dare un messaggio di non minimizzazione dell’accaduto;
– riportare i genitori sulla problematicità degli agiti dei figli;
– offrire uno spazio di riflessione per i ragazzi.

Dopo un incontro con i genitori in cui sono emerse le prime resistenze di alcuni di loro e in cui uno dei ragazzi (per la non adesione di una famiglia) si è sfilato, il programma è iniziato.
E’ stato progettato in 10 incontri a cadenza quindicinale, con un mese di pausa nel mese di agosto

Ogni incontro veniva preceduto da un foglio di feedback sullo stato di ingresso (Oggi mi sento…) a composizione libera, da compilare in maniera autonoma e da inserire in una cassettina apposita.
Ogni giornata iniziava con un rito iniziale che desse un feedback di ognuno al gruppo.
Accanto al feedback scritto iniziale e privato, si aggiungeva quindi un feedback verbale (o semi verbale) condiviso.

I temi del primo incontro sono stati la definizione del patto d’aula, e l’introduzione partecipata ma comunque molto predeterminata e a tratti frontale sui temi del Bullismo, del Cyberbullimso, con un inquadramento fenomenologico e una descrizione dei profili anche penali ad esso connesso.
E’ stato poi fatto un gioco introduzione al tema delle differenze

Dal secondo incontro siamo passati a modalità molto più partecipative.
I temi che volevano essere trattati erano quelli dei pregiudizi, degli stereotipi anche di genere, delle influenze di gruppo, delle emozioni e della loro gestione.

I primi tre incontri sono stati molto incentrati sui primi temi.
Il quinto incontro in piena estate ha visto la presenza di soli due ragazzi. Si era comunque preparato un incontro paracadute e abbiamo dato seguito alla visione di un film incentrato sui temi affrontati.
Nella visione “guidata” da momenti di riflessione è emersa la difficoltà a individuare le emozioni. (o perlomeno a parlarne) da parte dei ragazzi.
Dal sesto incontro si è preferito pertanto concentrare il lavoro sui temi emotivi.
Il terreno si è mostrato fecondo e il tema ha portato ad una maggiore interazione fra i membri del gruppo. Un effetto- forse non casuale – è stata l’uscita di uno dei ragazzi che aveva superato le assenze prestabilite come possibili per considerare il gruppo come svolto positivamente (80% di frequenza agli incontri).
Avendo superato le assenze possibili si è scelto di non “validare” ai sensi della valutazione di adesione al progetto proposto e pertanto sono rimasti solamente tre ragazzi, numero appena sufficiente per lo svolgimento di attività di gruppo.
Gli ultimi incontri sono state comunque piuttosto ricchi rispetto a quelle iniziali, con i ragazzi che hanno finalmente portato dentro il gruppo le loro esperienze positive e negative vissute a scuola negli anni passati.

Il decimo incontro, con la produzione di un cartellone da parte dei ragazzi e la consegna di diplomini ricordo e di un pensiero di feedback, ha sancito la conclusione del percorso.
Il gruppo proprio per la necessità di scrivere un nome sui diplomini) è stato denominato “Siamo pari” con riferimento alle riflessioni sul tema dell’uguaglianza anche di genere, allo stile non direttivo ma partecipato dei gruppi, e alle finalità “riparatorie” di tale intervento.

E’ seguito un ultimo incontro di restituzione ai genitori senza i ragazzi.

La percentuale di frequenza totale è stata (di poco) superiore all’80%, tenendo conto ovviamente anche dei ragazzi che non hanno frequentato fino alla loro esclusione.

La maggiore criticità è stata il numero iniziale.di 5 partecipanti. Questo ha portato le attività ad un continuo rischio di non essere svolte per mancanza di numeri. Inoltre il numero basso ha sicuramente facilitato il senso di appartenenza, ma l’interazione è stata molto limitata e è decollata solo dal settimo incontro

Anche la stanza utilizzata, quella solitamente usata per gli incontri protetti e quindi molto caratterizzata da un punto di vista socio assistenziale è stato un elemento critico. Lo svolgimento di questi incontri sarebbe preferibile da proporre in luogo “neutro”, magari in una sala di un museo, o una aula polivalente in uso alla comunità, in modo da contaminare altri luoghi e far uscire il servizio sociale da una connotazione “sanitarizzante” o “emarginazzante”. Pur nel rispetto della privacy in contesti diversi dagli usuali può infatti diventare stimolo per integrare un più ampio lavoro di comunità, dando un’altra luce al lavoro del servizio sociale, sia interna (fra operatori e utenti) che esterna (fra servizi e casuali osservatori).

L’organizzazione di questi incontri andrebbe quindi forse pensata al raggiungimento di un numero minimo di utenti a cui proporlo. Aldilà dei contesti simili al nostro (indagini a grappolo da parte di Procura o TPM) appare infatti uno strumento valido da proporre ai quei ragazzi della fascia grigia: non tanto problematici da interventi strutturati (educativa domiciliare, centri diurni e strutture), ma in cui per i più svariati motivi si ravvisa la necessità di un percorso rivolto all’educazione emotiva e comunicativa.

Una critica che può emergere è sulla possibilità che un simile intervento vada a sovrapporsi ad altri analoghi, come quelli svolti ormai in maniera quasi routinaria nelle scuole.

In primis per il TARGET che non è un gruppo classe ma alcuni individui da far diventare un gruppo;
in secondo luogo per i PROMOTORI: che – anche quando non sono operatori coinvolti nel caso direttamente – fanno parte della rete dei servizi sociali;
infine per il CONTESTO rivolto a mettere in rete e a far relazionare la triade genitori, comunità e servizi per offrire ai ragazzi un cambiamento delle persone accanto a loro che si mettono in gioco e non delegano all’esterno il trattamento del disagio.

Fra i meta-obiettivi che la creazione di questo (o simulabili luoghi relazionali di sperimentazione) può offrire vi è infatti un mutamento di relazioni fra operatori, servizi e comunità che solo le esperienze condivise possono far fare.
Nelle reti dove il sanitario ha preso campo, può portare ad un riavvicinamento alla comunità e al lavoro di comunità; nei luoghi dove il sociale ha preso le distanze dal sanitario può essere l’occasione di un riavvicinamento e di una maggiore conoscenza basata sull’operatività condivisa.

Per la nostra professione infine rappresenta l’occasione impedibile per riappropriarsi di una componente del lavoro ormai da troppo anni trascurata: quello della dimensione del lavoro di gruppo.